DETTAGLI DIMENTICATI?

giovedì, 25 Febbraio 2021 / Pubblicato il Metodologia

In un contesto di gioco come quello contemporaneo in cui siano in ballo processi di definizione ed espressione dell’identità e, di conseguenza, di creazione e interpretazione di senso, comprensione e manipolazione del contesto, definizione dinamica ed utilizzo funzionale di relazioni con tutti i protagonisti del gioco, un modello didattico basato unicamente sui consueti momenti deduttivi e induttivi non è più sufficiente, né risulta pienamente efficace ai fini della formazione di un giocatore pienamente in grado di operare e fornire soluzioni funzionali alle varie situazioni di gioco al meglio delle proprie possibilità.

È compito inderogabile del tecnico, formatore, professionista odierno ricostruire il processo circolare dell’esperienza restituendo alla catena dell’apprendimento l’anello da troppo tempo dimenticato e mancante e che permette all’esperienza personale e sportiva dell’atleta di acquisire senso, continuità e coesione.

Risulta inevitabile cioè restituire spazio e attenzione a quello che, nella metodologia dell’apprendimento sportivo, è il grande assente dei tre processi che logicamente vengono utilizzati dalla mente per elaborare il contesto in cui opera e fornire risposte concettuali, organizzative e motorie per risultare efficace ed avere controllo e comprensione dell’ambiente in cui opera: ciò che noi definiamo momento abduttivo dell’apprendimento.

Tale modalità esperienziale rende possibile superare la visione e la pratica del gioco e dell’apprendimento come momenti volti alla definizione e al perfezionamento di modelli comportamentali ripetitivi e normativi, seppur vissuti e risolti dall’atleta in maniera originale e personale (induzione) o tramite la semplice esecuzione di gestualità e comportamenti noti (deduzione) in favore della creazione di contesti di apprendimento in cui, in maniera libera od orientata, l’atleta abbia la necessità di acquisire conoscenza e consapevolezza del contesto di gioco, delle dinamiche che lo regolano e di come influenzarle proattivamente.

In altre parole, dei tre approcci didattici, quello abduttivo (proprio del gioco) è quello che sceglie di fornire al giocatore l’opportunità di mettere in relazione diretta le proprie competenze attuali con la scoperta della loro efficacia in un contesto di gioco non solo aperto, ma scarsamente finalizzato ad un obiettivo specifico e diretto, in maniera da focalizzare il valore formativo sull’esplorazione e la sperimentazione dei vari contesti di gioco nella loro interezza e complessità (superiorità e inferiorità relazionali, posizionali, funzionali, situazioni di gioco volatili e imprevedibili, indecifrabilità del gioco avversario) e delle loro intrinseche caratteristiche.

In questa maniera il processo di apprendimento può avvenire nella sua più totale completezza e naturalezza sviluppando e perfezionando competenze tecniche, tattiche, cognitive, motorie e relazionali contestualmente e funzionalmente alla comprensione del gioco e alle sue dinamiche più profonde, lasciando all’allievo parte del controllo sul proprio percorso didattico.

Nel percorso di formazione che andremo ad organizzare a breve sulla didattica delle Esperienze di Gioco approfondiremo concetti operativi e strategie e soluzioni di campo che ci permetteranno di incidere in maniera ancora più efficace non più semplicemente su abilità e competenze avulse dal più ampio senso del gioco ma che permettano di dotare i nostri giocatori di una comprensione delle dinamiche che lo regolano fornendo fine e significato al proprio agire tecnico-tattico e dotarlo di una propria specifica identità che dia reale consistenza ed efficacia al proprio agire in un contesto di gioco estremamente complesso come quello odierno.

giovedì, 25 Febbraio 2021 / Pubblicato il Psicologia e Pedagogia

COSA SONO LE FUNZIONI ESECUTIVE

Il termine funzioni esecutive include una serie di processi cognitivi che permettono un adattamento al contesto, in funzione della messa in atto di comportamenti diretti verso un obiettivo. Esse entrano in gioco nel momento in cui i processi impliciti, automatici ed istintivi di risposta necessitano dell’integrazione di informazioni su un piano attentivo ed intenzionale. Dalle ricerche di diversi autori è emerso che le funzioni esecutive possono essere raggruppate in tre nuclei di base – attenzione, Memoria di Lavoro, flessibilità cognitiva – , dai quali emergono in seguito i processi di ordine superiore, legati alla presa di decisione, al ragionamento, al problem solving e al feedback esecutivo.

Le funzioni esecutive, quindi, entrano in gioco ogni qualvolta l’individuo compia azioni finalizzate: esse infatti permettono il riconoscimento e il mantenimento in memoria degli stimoli utili, la costruzione di un piano di azione rispetto ad essi, la scelta comportamentale per farvi fronte ed infine il controllo dei risultati (feedback), al fine, se necessario di apporre delle modifiche alle decisioni successive.

Le ricerche mostrano che i lobi frontali, nel cervello dell’essere umano, sono coinvolti in tutti i processi di regolazione del comportamento e di adattamento a situazioni complesse, che richiedono l’utilizzo di attività cognitive superiori. In modo particolare l’area prefrontale dorso-laterale appare implicata nella mediazione delle cosiddette funzioni “fredde”, che prevedono un’elaborazione lenta e ponderata dei problemi, mentre la corteccia prefrontale ventro-mediale è legata alle funzioni “calde”, che consentono un’elaborazione più immediata ed automatica degli stimoli emotivi e di situazioni che elicitano stress.

Riguardo lo sviluppo delle funzioni esecutive, possiamo affermare che esistono due momenti della vita nei quali l’individuo è particolarmente sensibile alla loro acquisizione: il periodo prescolare e la transizione verso l’adolescenza. Esistono inoltre periodi sensibili di sviluppo specifici per ogni funzione. In generale le FE di base si sviluppano più precocemente, mentre quelle di ordine superiore hanno un’evoluzione più tardiva.

LA CORRELAZIONE TRA SVILUPPO DELLE FUNZIONI ESECUTIVE ED ATTIVITA’ FISICO/SPORTIVA

Studi recenti si sono concentrati su un campo di ricerca sempre più esteso che riguarda la correlazione positiva tra attività fisica e sviluppo delle funzioni esecutive. Osservando i risultati appare evidente, come sottolinea Best (2010), che l’attività aerobica può avere effetti differenti nelle varie fasce di età del bambino e dell’adolescente, in funzione dei tempi di sviluppo delle specifiche funzioni. Ad esempio, si avrà una maggiore predisposizione per i compiti che richiedono flessibilità cognitiva durante la tarda infanzia rispetto alla prima infanzia, dove le attività che implicano attenzione sono maggiormente efficaci.

Nella sua rassegna Best (2010), indica tre fattori che incidono sulle modalità in cui l’attività fisica ha impatto positivo sulle funzioni esecutive:

  1. Le richieste cognitive che fanno parte della struttura dell’esercizio: sono efficaci per lo sviluppo delle FE attività a squadre, giochi che implicano processi di cooperazione e conflitto, attività randomizzate e l’esecuzione alternata di programmi motori differenti;
  2. i processi cognitivi coinvolti nell’esecuzione di un movimento complesso e gli aspetti coordinativi;
  3. i cambiamenti strutturali e funzionali che l’attività fisica provoca nel cervello: secondo alcuni studi, infatti, essa stimola la plasticità sinaptica in regioni cerebrali implicate nella memoria e nell’apprendimento, oltre che nelle regioni frontali, implicate nelle FE.

A livello generale sono due le condizioni che rendono alcuni sport più favorevoli rispetto ad altri per l’implementazione delle funzioni esecutive: le ricerche dimostrano che gli sport open skill (che prevedono situazioni complesse, imprevedibili ed in continuo mutamento), ed in modo particolare quelli di tipo strategico (che richiedono la pianificazione di comportamenti efficaci in contesti che prevedono movimenti in relazione a compagni ed avversari) sono correlati a maggiori abilità nella flessibilità cognitiva, utile per adattarsi al contesto mutevole attraverso strategie funzionali, e nella memoria di lavoro, che permette di reclutare ed utilizzare le informazioni più efficacemente.

LE FUNZIONI ESECUTIVE NEL CALCIO GIOVANILE: EVIDENZE SCIENTIFICHE

Il calcio rappresenta uno degli sport d’elezione per lo sviluppo del sistema cognitivo, grazie alle sue intrinseche regole e caratteristiche. Infatti, al calciatore, è richiesto di adattarsi a situazioni di elevata complessità, prendendo decisioni rapide e flessibili in un contesto intenso e mutevole, attraverso la selezione degli stimoli salienti e la lettura di variabili interagenti, quali ad esempio il numero di compagni ed avversari coinvolti, la posizione in campo, gli spazi di gioco occupati e quelli liberi, i movimenti collettivi.

Evidenze empiriche mettono in relazione lo sviluppo delle funzioni esecutive con calciatori di livello èlite. Da un recente studio di Verburgh e colleghi (2016) emerge infatti che giovani calciatori  èlite tra gli 8 e i 12 anni presentano prestazioni migliori in compiti che richiedono inibizione attentiva, memoria di lavoro e attenzione rispetto a pari età dilettanti. I risultati di un’analisi precedente, hanno inoltre messo in luce come calciatori di alto livello in età adolescenziale (tra i 13 e i 17 anni) superano i coetanei non èlite anche rispetto all’abilità di flessibilità cognitiva e di problem solving. La letteratura mette inoltre in evidenza come il calcio giovanile ad alti livelli sia predittivo di una maggiore capacità di apprendimento motorio implicito (non intenzionale ed autonomo) tra i 10 e i 12 anni (Verburgh, 2016).

Un altra area che è stata presa in considerazione da recenti studi è la definizione di talento, intesa come l’analisi della cosiddetta intelligenza calcistica, identificata dagli autori come capacità di utilizzo delle funzioni esecutive. Un interessante esperimento di Vestberg e colleghi (2012) ha cercato di dimostrare come la predisposizione al successo di un calciatore sia fortemente legata al suo sviluppo cognitivo. Lo studio ha mostrato come i risultati positivi nei test sulle funzioni esecutive somministrati agli individui correlassero con il numero di goal e assist messi a segno due anni dopo l’esperimento. Un’analisi successiva di Vestberg (2017) ha inoltre messo in luce come le funzioni cognitive predicano il successo calcistico non solo negli adulti, ma anche negli adolescenti tra i 12 e i 19 anni. Nello specifico, le funzioni esecutive di base sono apparse essere maggiormente predittive negli adolescenti, in quanto ad un livello elevato di sviluppo a quell’età rispetto a quelle di ordine superiore, che aumentano la loro pregnanza al crescere dell’età.

Infine, una ricerca ha messo a confronto ragazzi tra gli 8 e i 16 anni di settori giovanili professionistici e ragazzi appartenenti a squadre dilettantistiche, rilevando nei primi migliori risultati nell’inibizione motoria e nell’allerta attentiva, entrambe abilità fondamentali nel gioco del calcio. Essi utilizzavano infatti in modo più proficuo le informazioni temporali per giungere ad uno stato di allerta e mantenerlo ed inoltre si dimostravano superiori nel sopprimere risposte motorie pianificate in precedenza, ma non più utili.

Conoscere le funzioni esecutive, il loro sviluppo e gli aspetti didattici legati al loro possibile potenziamento diviene quindi una skill fondamentale per gli allenatori di settore giovanile, che agiscono sul giovane calciatore in una fascia di età fortemente predisposta all’incremento di queste abilità cognitive, strettamente legate al concetto di intelligenza di gioco, intesa come abilità di far fronte alle richieste complesse di questo sport in modo rapido ed efficace.

BIBLIOGRAFIA

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Verburgh L., Scherder E.J.A., van Lange P.A., Oosterlaan J. (2014) Executive Functioning in Highly Talented Soccer Players. PLoS ONE 9(3): e91254. doi:10.1371/journal.pone.0091254.

Verburgh L., Scherder E. J. A., van Lange P. A. M. & Oosterlaan J. (2016) The key to success in elite athletes? Explicit and implicit motor learning in youth elite and non-elite soccer players, Journal of Sports Sciences, 34:18, 1782-1790, DOI: 10.1080/02640414.2015.1137344.

Verburgh L., Scherder E.J.A., Van Lange P.A.M., Oosterlaan J. (2016) Do Elite and Amateur Soccer Players Outperform Non-Athletes on Neurocognitive Functioning? A Study Among 8-12 Year Old Children. PLoS ONE 11(12): e0165741. doi:10.1371/journal.pone.0165741.

Vestberg T., Gustafson R., Maurex L., Ingvar M., Petrovic P. (2012,) Executive Functions Predict the Success of Top-Soccer Players. PLoS ONE 7(4): e34731. doi:10.1371/journal.pone.0034731.

Vestberg T., Reinebo G., Maurex L., Ingvar M., Petrovic P. (2017) Core executive functions are associated with success in young elite soccer players. PLoS ONE 12(2): e0170845. doi:10.1371/ journal.pone.0170845.

Zelazo P.D., Carlson S.M. (2012), Hot and Cool Executive Function in Childhood and Adolescence: Development and Plasticity in Child Development Perspectives, Volume 6, Issue 4, December 2012, Pages 354-360.

mercoledì, 13 Gennaio 2021 / Pubblicato il Psicologia e Pedagogia

COVID-19 ED ED EMOZIONI IN BAMBINI E ADOLESCENTI

L’impatto psicologico dell’isolamento dovuto alle restrizioni imposte dalla pandemia causata dal Covid-19 è stato violento, in modo particolare per bambini e adolescenti, che hanno visto venir meno la possibilità di rispondere ad una serie di bisogni fondamentali caratterizzanti la loro età. Il contatto fisico e le relazioni, soprattutto quelle coi pari, fondamentali per l’esperienza e la crescita emotiva e socio-relazionale, hanno subito importanti limitazioni; le attività motorie e le interazioni con l’ambiente, parti integranti dello sviluppo psico-fisico e cognitivo, sono state ridotte; i luoghi deputati alla didattica, come la scuola e le società sportive, hanno dovuto trovare nuove modalità di coinvolgimento dei minori, con importanti ricadute sul piano relazionale e degli apprendimenti.

Uno degli aspetti sui quali si fonda la sicurezza delle persone è la possibilità di percepire una certa dose di controllo sulla propria vita. La limitazione della libertà personale ha quindi portato, a livello emotivo, all’emergere, o talvolta all’intensificarsi, di affetti quali rabbia, frustrazione, ansia, stress, fino ad arrivare ad angoscia, panico e depressione. In particolare, uno studio svolto dall’Irccs Gaslini durante il periodo del lock down primaverile ha messo in luce come nel 71% di bambini e adolescenti al di sopra dei 6 anni di età, siano insorte problematiche comportamentali e sintomi di regressione. I disturbi più frequenti in questa fascia di età sono stati i disturbi d’ansia, i disturbi del sonno ed un’aumentata instabilità emotiva, con irritabilità e cambiamenti del tono dell’umore.

Le maggiori fragilità di bambini ed adolescenti durante questo periodo, si sono potute riscontrare anche all’interno del contesto delle società sportive e delle scuole calcio, che hanno visto un maggior numero di abbandoni, un aumentato isolamento sociale degli atleti, regressioni comportamentali ed un calo della motivazione, aspetti anche in parte rinforzati dalla mancanza della partita, il momento più atteso dai giovani atleti, che contiene in sé importanti stimoli emotivi e sociali.

 

SPORT E BENESSERE

Proprio per questi motivi si rivela fondamentale lo sport, promotore di benessere e fattore di protezione degli aspetti socio-emotivi, come suggerisce anche l’OMS. Attraverso lo sport, infatti, bambini e adolescenti possono sperimentare emozioni positive, rimanere in contatto con le proprie passioni, stare in relazioni con coetanei e adulti. Inoltre, durante l’attività motoria, il sistema neuroendocrino umano stimola la produzione di sostanze chimiche che hanno effetti benefici sul corpo e sulla psiche. Tra queste si possono menzionare ad esempio:

  • ENDORFINE: dotate di una potente attività analgesica ed eccitante, donano piacere, gratificazione e aiutano a sopportare meglio lo stress, l’ansia e la rabbia, influendo positivamente sullo stato d’animo;
  • NORADRENALINA: ormone che provoca eccitazione, aiutando a rimanere vigili e motivati e a rispondere allo stress;
  • DOPAMINA: neurotrasmettitore con funzioni di controllo sul movimento, sull’apprendimento e su facoltà cognitive come l’attenzione e la memoria, oltre che mediatore dei meccanismi di ricompensa e di piacere.

Il ruolo dell’allenatore e del formatore all’interno dei settori giovanili ha acquisito in questo periodo un’importanza ancora maggiore, con funzione di riferimento educativo e di supporto emotivo, oltre che di creatore di ambienti stimolanti ed appassionanti. La parola d’ordine è creatività!

 

COME SI PUO’ FARE ATTIVITA’ SUL CAMPO?

Affinchè l’attività svolta sul campo continui ad essere fonte di emozioni positive e di conseguenza di motivazione, è necessario che, pur rispettando le regole di distanziamento e l’assenza di contatto, contenga al suo interno i seguenti ingredienti:

  • il gioco, protagonista dello sviluppo psicologico e della personalità, attraverso esperienze ed esplorazione autonoma. Vengono in questo periodo in soccorso i giochi di strada, tanto cari ai bambini di un tempo, come Tedesca e Calcio-Tennis, oppure giochi creativi che simulino la situazione della partita come il Calcio Balilla (foto). 

 

calcio balilla

 

  • La sfida, mediatrice di comportamenti di cooperazione e competizione, attraverso gare, giochi a squadre, tornei interni a punti.
  • La relazione con i compagni, per migliorare le interazioni all’interno della squadra e lavorare sullo sviluppo socio-affettivo, e con il contesto, per creare situazioni di apprendimento che abbiano un transfert nella realtà dei principi del gioco del calcio. Molti allenatori pensano che in questo periodo si possano svolgere solo esercizi di tecnica analitica, ma in realtà esistono molte esercitazioni situazionali che, con un po’ di creatività, si possono applicare ai protocolli. Tra queste i rondos (foto) e le esercitazioni che lavorano sull’intercetto (foto).

Rondò 1

 

Rondò 2

 

Attacco vs difesa con movimento di taglio degli esterni

 

Attacco vs difesa con ricerca della profondità attraverso il centrocampista

 

COME SI PUO’ FARE ATTIVITA’ DA CASA?

Oltre alla creazione di programmi di allenamento personalizzati, il lavoro che un allenatore fa da casa si può sviluppare su un duplice fronte: da una parte sul consolidamento di principi di gioco sui quali si è lavorato sul campo, attraverso l’utilizzo di video e analisi di situazioni di gioco insieme alla squadra con un metodo induttivo, che preveda domande e riflessioni da parte dei giocatori; dall’altra sulla costruzioni di relazioni all’interno della squadra, mediante un importante processo di team building, ad esempio mediante la condivisione degli obiettivi di gruppo, la creazione di un cartellone virtuale contenente i valori più importanti per la squadra, momenti di confronto mediati, dall’allenatore su temi specifici, esplicitazione delle qualità dei compagni, dei punti di forza e delle aree di miglioramento del team.

Specialmente coi più piccoli, anche giornate strutturate a squadre, con quiz e giochi virtuali, possono essere uno strumento utile per mantenere unito il gruppo e creare un momento condiviso di benessere, divertimento e relazione.

domenica, 10 Gennaio 2021 / Pubblicato il Psicologia e Pedagogia

Durante l’ultimo ventennio, anche grazie alla diffusione del contributo delle neuroscienze cognitive dello sviluppo e al dispiegarsi della teoria dei sistemi dinamici complessi (Thelen & Smith, 1994), gli scienziati hanno trovato un punto di incontro tra varie discipline, tra cui la psicologia, la biologia, la fisica aderendo ad un nuovo approccio trasversale alla realtà, che cerca di studiare i processi globali che avvengono all’interno di sistemi complessi. Un sistema complesso è caratterizzato da alcune importanti proprietà:

1- il sistema è più della somma delle sue parti (un approccio riduzionistico, che tende a frazionare gli elementi del sistema isolandoli dal proprio ambiente, non spiega in modo efficace le dinamiche e i cambiamenti che avvengono all’interno del sistema);  

2- ogni sistema è organizzato come un tutto e i singoli elementi del sistema sono interdipendenti e si influenzano reciprocamente, si ha quindi una causalità di tipo non lineare, ma circolare (non possiamo distinguere la causa dall’effetto, ma possiamo vederli come due aspetti che si trasformano continuamente l’uno nell’altro in un processo di cambiamento, che coinvolge le relazioni all’interno del sistema in modo non prevedibile);

3- i sistemi tendono a progredire verso un grado di complessità sempre maggiore, attraverso momenti di perturbazione che creano opportunità di auto-organizzazione di nuovi equilibri più complessi dei precedenti (si creano nuovi pattern di comportamenti interattivi e nuovi adattamenti in funzione del contesto).

Questo modello postula quindi che ogni cambiamento che avviene all’interno di un sistema, dal più semplice (un singolo neurone), a quelli via via più complessi (il cervello, l’individuo, la squadra ecc…) è sempre dipendente dal contesto all’interno del quale il sistema è immerso. La presenza all’interno dell’ambiente di specifici vincoli, crea le condizioni per un incanalamento dello sviluppo del sistema verso particolari direzioni, che si rinforzano con l’esperienza di adattamento, attraverso un progressivo restringimento dei gradi di libertà. Inoltre, la forma finale a cui conducono i cambiamenti all’interno del sistema non sono prevedibili a priori e costituiscono delle proprietà emergenti all’interno del sistema stesso, che si auto-organizzano mediante le specifiche interazioni bidirezionali tra il sistema e l’ambiente. I sistemi complessi sono spesso costituiti da più sottosistemi, i quali sono separati da confini e contengono interazioni proprie governate da implicite regole e pattern di comportamento.

Il calcio è uno sport open skill con un elevato grado di complessità, che contiene al suo interno numerose variabili ed elementi di imprevedibilità ai quali il calciatore e la squadra si devono continuamente adattare in funzione dei propri obiettivi. Durante il percorso di apprendimento ed all’interno del gioco intervengono contemporaneamente processi emotivi, motivazionali, cognitivi (tattici), motori (tecnici) e sociali, che influenzano la prestazione del singolo. Allo stesso modo, il calcio, facendo parte dei cosiddetti sport di squadra, prevede dei comportamenti collettivi che si configurano attraverso le interazioni e le relazioni che si instaurano tra gli individui che compongono il gruppo. Nel gioco, infatti, le scelte individuali sono sempre profondamente interrelate con le dinamiche collettive che emergono all’interno dello specifico contesto nel quale sono inserite.

La teoria dei sistemi dinamici complessi si rivela quindi calzante per le caratteristiche di questo sport, in modo particolare nel contesto giovanile, dove i cambiamenti e gli apprendimenti mettono fortemente in relazione il giovane con l’ambiente nel quale è inserito. Come abbiamo potuto osservare, un ambiente fertile per l’emergere di comportamenti sempre più complessi ed adattivi deve avere delle caratteristiche ben precise: la presenza di elementi di perturbazione della stabilità, o vincoli, che guidano lo sviluppo verso nuove traiettorie; l’inserimento del processo di apprendimento all’interno di contesti induttivi, che rendano il calciatore e la squadra protagonisti del processo di acquisizione di nuove abilità, attraverso degli elementi di imprevedibilità e la creazione di opportunità di trovare un ordine nel caos; la consapevolezza dell’inefficacia di un metodo che miri alla scomposizione degli elementi della realtà, in favore un modella che prevede l’integrazione delle componenti tecniche, tattiche, cognitive, emotive e sociali.

A livello metodologico si può osservare come la teoria dei sistemi dinamici possa fornire indicazioni su come operare all’interno di un settore giovanile a più livelli: a partire dalla composizione dello staff, per proseguire sul tipo di allenamento che può rivelarsi più efficace per la crescita umana e sportiva del gruppo, per finire ai processi che intervengono nell’apprendimento di un singolo individuo.

Ad un primo livello possiamo immaginare l’intero settore giovanile come un sistema complesso. In quest’ottica, la figura del responsabile di settore giovanile non solo ha il fondamentale compito di scegliere i membri dello staff e assegnare loro dei ruoli specifici, ma anche la responsabilità di fornire loro gli strumenti per integrare le proprie competenze e cooperare in funzione di obiettivi condivisi. Uno staff che immerso in un ambiente dinamico e complesso non farà quindi un lavoro per compartimenti stagni, ma collaborerà attraverso una comunione di conoscenze. Di conseguenza il preparatore atletico dovrà conoscere la filosofia di gioco dell’allenatore per inserirla all’interno della propria programmazione, lo psicologo non resterà dietro una scrivania, ma agirà all’interno del campo in relazione con tutte le figure tecniche presenti per la formazione di una metodologia di lavoro condivisa, l’allenatore presterà attenzione, oltre che agli aspetti puramente tecnici, anche alle componenti cognitive ed emotive dei calciatori. Affinché questo modello si realizzi, un importante strumento sono le riunioni periodiche programmate a cui dovrebbe partecipare ogni figura dello staff, dove si possa trovare un confronto e rivisitare ogni obiettivo in funzione dei cambiamenti nel sistema e dell’integrazione interdisciplinare.

Ad un secondo livello, è possibile considerare la squadra come un sottosistema, composto dalle interazioni che si instaurano tra i calciatori e lo staff. All’interno di una partita, sono queste stesse interazioni le protagoniste del gioco, perché attraverso di esse si configurano le auto-organizzazioni adattive del gruppo in relazione al contesto di gioco e si strutturano pattern di comportamenti specifici della squadra in funzione dei movimenti di ognuno e delle scelte collettive. Come abbiamo osservato, il contesto è il luogo privilegiato per l’apprendimento e il lavoro sul campo, visto in ottica sistemica, non può essere frammentato in componenti esclusivamente individuali, in aspetti tecnici senza una finalità tattica, in fasi di gioco prestabilite senza un principio di continuità (le cause non si distinguono dalle conseguenze). L’allenamento di una trasmissione, ad esempio, non può essere slegato dal suo contesto di attuazione, poiché la trasmissione necessita della presenza di un compagno che si smarca per ricevere il pallone, ma lo smarcamento non può esistere senza un avversario che detta lo spazio e il tempo di movimento, così come non esiste trasmissione a cui non segua un nuovo gesto tecnico guidato da una finalità tattica. La trasmissione, così come ogni gesto tecnico, prevede in sé una comunicazione e di conseguenza una componente sociale. Per questo motivo il vero allenamento è quello che riporta il collettivo all’interno del caos e dell’imprevedibilità del gioco, cercando, attraverso la creazione di vincoli (modificazione delle regole, delle dimensioni o forme del campo, del numero di giocatori) di far emergere dalle interazioni tra le caratteristiche dei calciatori un auto-organizzazione verso pattern di comportamento sempre più complessi ed adattivi. L’allenamento attraverso i principi di gioco può fornire alla squadra degli ancoraggi a cui agganciarsi per dare significato agli eventi e per trovare delle regolarità nella complessità. E’ attraverso o sviluppo del collettivo che avviene l’apprendimento del singolo individuo. L’allenatore, perciò, non è altro che un costruttore di contesti di apprendimento e di vincoli che conducano a nuove traiettorie di sviluppo.

Infine, ogni singolo calciatore forma un ulteriore sottosistema. Le nuove frontiere delle neuroscienze cognitive mostrano un nuovo modo di vedere lo sviluppo che supera l’idea cartesiana della netta separazione tra mente e corpo. L’innovativa teoria dell’Embodied Cognition, infatti, spiega come la corporeità e la sua interazione con l’ambiente siano strettamente connesse alle funzioni cognitive e all’apprendimento e si strutturino attraverso processi di percezione e azione. La conseguenza è che corpo, cervello e ambiente si scambiano tra loro continue informazioni in modo rapido e dinamico, contribuendo attraverso sempre nuovi adattamenti allo sviluppo cognitivo. La dinamicità di questo processo è data dall’alternarsi di momenti di stabilità nei pattern di pensiero e comportamento e periodi di turbamento dell’equilibrio nei quali nuove acquisizioni emergono. Fondamentale è perciò fornire all’individuo, in modo particolare durante i periodi sensibili per lo sviluppo cognitivo (infanzia e adolescenza), contesti sempre ricci di stimoli e di vincoli. Gli studi scientifici rivelano che le componenti cognitive rivestono un ruolo predominante nel calcio moderno, dove la capacità di percepire il contesto, anticipare gli eventi e prendere decisioni adattive è fondamentale per l’efficacia della prestazione. Una metodologia di pedagogia attiva, che metta il giovane calciatore al centro del processo di apprendimento e richieda di risolvere, attraverso prove ed errori, problemi ed esperienze sempre più complessi in modo induttivo, conduce ad un apprendimento efficace ed interiorizzato nel lungo termine.

 

Bibliografia
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